Capire il cervello: l’approccio neurocognitivo comportamentale

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In alcuni articoli pubblicati nella rubrica dedicata allo stress abbiamo già parlato di risposta stressogena mediata dal cervello, e di come questa può influenzare la tiroide. Oggi approfondiremo l’argomento parlando dell’approccio neurocognitivo comportamentale (NBA), un’interessante teoria scientifico/pragmatica ancora sconosciuta in Italia, atta a spiegare il ruolo degli esseri umani nella società e i loro comportamenti. In questo modo possiamo capire meglio i meccanismi sociali che attivano una risposta stressogena, la quale, come abbiamo visto, può a lungo andare causare uno squilibrio interno e manifestarsi con dei sintomi, fra cui quelli tipici di un problema alla tiroide.

Anzitutto è opportuno fare una premessa: la NBA è una scienza nuova, in costante evoluzione, basata su supposizioni e modelli semplificati per facilitare la comprensione alla popolazione generale. Non parliamo di verità assolute quindi, ma di ipotesi.

La NBA suddivide il cervello umano in quattro macroaree:

  • cervello rettiliano (detto anche cervello primitivo)
  • cervello paleolimbico
  • cervello neolimbico
  • corteccia prefrontale

Il cervello rettiliano

Situato nel profondo del teschio, è la parte più ancestrale del nostro cervello ed ha due funzioni:

  • controlla le funzioni vitali involontarie (respirazione, battito cardiaco, ecc)
  • attiva i meccanismi di sopravvivenza

Il cervello primitivo non ha una propria “volontà” e prende il controllo solamente in situazioni di pericolo (su segnalazione dell’amigdala limbica, che vedremo più avanti), attivando le tre strategie evolutive di sopravvivenza. Altrimenti lavora, per così dire, “dietro le quinte”.

Abbiamo già parlato delle strategie di sopravvivenza in questo articolo, ma le ricordiamo:

  • fuga – l’incontro con un predatore stimola il cervello rettiliano a mandare sangue alle gambe in modo da correre più veloce
  • combattimento – se il predatore è della nostra stessa stazza, possiamo provare ad affrontarlo o intimidirlo. Il cervello rettiliano ci viene in aiuto mandando sangue alla mandibola e alle braccia per mordere e picchiare più forte
  • congelamento – il cervello rettiliano rallenta tutte le funzioni corporali in modo da farci sembrare morti, piccoli o poco interessanti per il predatore, permettendoci quindi di passare inosservati. È spesso la prima reazione al pericolo

L’evoluzione ha tramandato queste strategie per sopravvivere in un ambiente ostile e pieno di predatori, ma in che modo possono esserci utili nel mondo civilizzato, dove incontrare un orso per strada non capita tutti i giorni?

Per capirlo dobbiamo ricordare che l’amigdala si attiva non soltanto nelle situazioni di stress reali, ma anche in quelle percepite e non necessariamente minacciose per la sopravvivenza. Quindi anche il normale stress quotidiano può attivare l’amigdala e di conseguenza il cervello rettiliano.
Questo succede perché lo stress è sempre un fattore negativo. Ciò che chiamiamo comunemente “stress positivo” in realtà è qualcosa di diverso, si riferisce al cervello limbico ed è legato soprattutto agli stimoli.

La strategia della fuga si esprime tramite un senso di confusione. È facilmente riconoscibile perché ci rende nervosi, ansiosi, tesi e irrequieti; tamburelliamo con le dita, tocchiamo nervosamente un oggetto, ci tremano le gambe. Lo sguardo è vago, alla ricerca di una via di fuga. Vorremmo solo alzarci e andarcene via; magari lo facciamo pure, prendendo la scusa di andare in bagno. In questa circostanza è impossibile pensare razionalmente. Le persone che si trovano in una situazione cronica di strategia della fuga possono sviluppare dipendenza da sostanze o isolarsi.

La strategia del combattimento si concretizza in atti di aggressione difensiva e tentativi di intimidazione. Alziamo la voce, contraiamo i muscoli della mascella, del collo e delle braccia. Ci sentiamo superiori e impazienti, e guardiamo in faccia il nostro nemico.

La strategia del congelamento si palesa con un atteggiamento demoralizzato. Non avendo pieno controllo sulla situazione stressogena, non riusciamo ad affrontarla e quindi cerchiamo protezione e conforto. Siamo depressi, demoralizzati, abbattuti, vulnerabili. La voce è bassa, le parole trascinate, le frasi corte. Piangiamo, siamo molto stanchi, oppressi, fatichiamo a respirare. Lo sguardo è triste e spento.

In tutte queste situazioni il cervello rettiliano è al comando, e non lascia spazio al pensiero razionale. Pur impiegandole tutte e tre, ognuno di noi tende generalmente ad avere una strategia dominante.

Le persone con uno scompenso tiroideo accusano regolarmente sintomi molto simili a quelli tipici della risposta allo stress, il che significa che sono dominati dal cervello primitivo. Un ipertiroideo è spesso ansioso, agitato, non riesce a stare fermo e ad organizzare i pensieri (strategia della fuga), è irascibile, intollerante e talvolta intrattabile (strategia del combattimento). Un ipotiroideo è generalmente depresso e lento (strategia del congelamento).

Esistono dei modi per “spodestare” il cervello primitivo dal comando, e riguardano soprattutto la stimolazione della corteccia prefrontale tramite specifiche attività cognitive, che vedremo più avanti.

Gli esseri umani, essendo animali sociali, hanno la capacità di influenzarsi a vicenda. Quindi non dobbiamo confrontarci solo con noi stessi quando siamo sotto stress, ma anche con gli altri. Se ci comportiamo nel modo sbagliato possiamo aggravare la situazione, quindi può essere utile imparare a riconoscere una persona sotto stress (inclusi noi stessi) e come approcciarla.

Ad esempio, se vediamo una persona in piena strategia della fuga, che cammina nervosamente e non sta ferma, come reagiamo? Se questa persona è nostro figlio piccolo potremmo attivare la risposta combattimento, alzare la voce e dire: “stai seduto!”
Allo stesso modo, avere a che fare con una persona in risposta combattimento potrà metterci sulla difensiva e attivare anche in noi la stessa risposta, generando una discussione.
Ci verrà poi istintivo, di fronte ad una persona in strategia del congelamento (e quindi depressa), dirle di essere più coraggiosa e reattiva.
Si tratta in tutti i casi di reazioni errate.

È possibile riconoscere una persona sotto stress facendo attenzione a determinati segnali. Da questi possiamo capire che strategia sta attuando il nostro interlocutore, cosa fare e cosa non fare.

Strategia della fuga. La persona è agitata, non sta ferma, ha lo sguardo rivolto verso le vie di uscita. Muove mani e piedi in modo ripetitivo, suda e ha il fiato corto.
Cosa non fare: non ditele di calmarsi, non chiedete spiegazioni, non fate domande chiuse, non alzate la voce, non minacciate/giudicate/fate la morale, non siate negativi. Tutti questi atteggiamenti minano la sua libertà aumentando il senso di oppressione.
Cosa fare: offrite opzioni, fate domande aperte, lasciateli liberi di scegliere, aiutateli a riorganizzare le idee se sono confusi dando loro degli input, invitateli ad uscire per una passeggiata se l’ambiente in cui sono li fa sentire minacciati, sdrammatizzate.

Strategia del combattimento. È facilmente riconoscibile: la persona si “fa grossa”, alza la voce, minaccia, è litigiosa e impaziente. Compie movimenti precisi, lo sguardo è fisso sul nemico, i muscoli della mascella e del collo sono tesi.
Cosa non fare: evitate di prevaricare l’altro (urlando più forte, ecc), non interrompetelo, non ridetegli in faccia, non infastiditelo.
Cosa fare: ascoltate senza interrompere, non cercate scuse, se necessario prendetevi le vostre responsabilità, date spiegazioni e offrite soluzioni. Per combattere bisogna essere in due, quindi non opporre resistenza farà finire prima la discussione.

Strategia del congelamento. Il corpo è bloccato e ciondolante, le mani sono vicine al viso (davanti alla bocca con la mascella spalancata o appoggiate per sostenere la testa). Le funzioni corporali rallentano, la voce è bassa, le frasi corte. La persona appare sottomessa.
Cosa non fare: la persona in strategia del congelamento cerca rifugio, protezione, condivisione e affetto. Quindi evitate di darle uno scossone per farla svegliare, non provate a infliggerle coraggio e forza, perché così la farete sentire ancora più miserabile.
Cosa fare: mettetevi al suo livello imitando il suo linguaggio del corpo, offritele ciò che vuole (rifugio, protezione, condivisione e affetto), non obbligatela a parlare, guidatela e definite piccoli obiettivi assieme a lei.

In sintesi, per approcciare correttamente una persona sotto stress, bisogna dimostrare di essere dalla sua parte; così facendo il pericolo percepito cesserà, annullando la risposta allo stress.

Come in tutte le cose ci vuole pratica per diventare bravi. Un buon esercizio consiste nell’osservare le persone e provare a riconoscere i segnali indicativi di una strategia stressogena, affrontandoli nel modo giusto.
Attenzione, non sempre le nostre intuizioni saranno giuste. A volte una strategia stressogena rettiliana può essere confusa con atteggiamenti scatenati dall’amigdala, come la dominazione sociale e la sottomissione.

Il cervello paleolimbico

L’amigdala limbica si trova esattamente sopra il cervello rettiliano. Ha anch’essa un forte ruolo evoluzionistico; più precisamente è legata alla socializzazione, necessaria alla sopravvivenza della specie.

Il cervello paleolimbico definisce la posizione dell’individuo nel gruppo e ne regola i comportamenti attraverso:

  • la fiducia in se stessi, che è indipendente dalla motivazione, dall’autostima e dalla professione – “quanta fiducia ho in me stesso?”
  • la fiducia negli altri – “mi fido o non mi fido degli altri? Gli altri devono guadagnarsi la mia fiducia o tendo ad offrirla finché non mi viene provato il contrario?”

Nel valutare la fiducia in se stessi e negli altri, si considerano due polarità opposte (ognuna con 5 livelli in ordine crescente di intensità) e una giusta via di mezzo, chiamata assertività.

Fiducia in se stessi

Le due polarità opposte della fiducia in se stessi sono la sottomissione (totale mancanza di fiducia) e la dominazione (totale eccesso di fiducia). La sottomissione è associata ad atteggiamenti depressivi, la dominazione ad atteggiamenti di prevaricazione (narcisismo, bullismo, ecc). Per una persona sottomessa non esistono meriti, per una persona dominante non esistono colpe.

Livelli di dominazione:

  • seduzione
  • manipolazione
  • beffa
  • intimidazione
  • sadismo

Livelli di sottomissione:

  • credulità
  • servilismo
  • superstizione
  • colpa
  • automasochismo/suicidio

Nella società moderna tendiamo a fare una netta distinzione fra carnefici e vittime, in riferimento agli atteggiamenti di dominazione e sottomissione. Tuttavia, nell’ambiente naturale, gli animali dominanti hanno tutti i privilegi ma garantiscono anche protezione e sicurezza.

Fiducia negli altri

Gli estremi della fiducia negli altri sono la marginalità (paranoia) e l’assialità (delirio).

Livelli di marginalità:

  • disagio nella condivisione
  • perdita di contatto
  • perdita di connessione
  • senso di esclusione
  • cospirazione

Anche la marginalità ha una spiegazione naturale; gli animali che in natura stanno ai margini sono più esposti ai predatori e quindi devono essere sempre all’erta.

Livelli di assialità:

  • facilità nella condivisione
  • ricerca di significati nascosti
  • comunicazione non verbale
  • comunicazione con le cose
  • connessione con l’universo

Le persone assiali sono spesso molto apprezzate, vanno d’accordo con tutti ma allo stesso tempo possono essere molto invasive, bizzarre, ingenue e non rispettose dei limiti.

Come viene definita e modificata l’appartenenza al gruppo?

Se il cervello rettiliano è attivo sin dalla nascita, quello limbico inizia a svilupparsi attorno ai 2 anni, quando cominciamo a socializzare.

La tendenza alla sottomissione e alla dominazione affonda le sue radici nelle figure di riferimento avute durante l’infanzia. La presenza di figure eccessivamente dominanti porta alla sottomissione, l’assenza alla dominazione. Per diventare persone assertive ci vuole il giusto equilibrio fra le due possibilità, in modo da trasmettere un po’ di disciplina.

Attenzione a non confondere la disciplina con l’autodisciplina. La prima è tipicamente paleolimbica, serve a tenere gli altri sotto controllo e far fare loro cose che altrimenti non farebbero. È finalizzata alla sottomissione. L’autodisciplina al contrario è una libera scelta, data dal desiderio di migliorare (e agisce nella corteccia prefrontale).

È interessante notare che i ruoli di dominazione/sottomissione possono variare a seconda della persona con cui siamo. Alcuni adulti ad esempio sanno essere dominanti coi bambini ma non con altri adulti. Le persone che subiscono mobbing sul luogo di lavoro possono a loro volta avere atteggiamenti abusivi sul partner e sui figli.

Definita la propria posizione difficilmente questa viene cambiata; il cervello paleolimbico ha origini antiche ed è lento a modificarsi, proprio per garantire la stabilità e quindi la sopravvivenza del gruppo. Tuttavia è assolutamente possibile modificare il proprio ruolo in entrambi i casi. La persona sottomessa soffre molto e quindi può trarre un immediato sollievo, ma anche una persona dominante, pur non soffrendo nell’immediato, può avere vantaggi a lungo termine, perché i suoi comportamenti le rendono impossibile avere relazioni significative.
Questo processo richiede mesi o anni e comporta anche dei rischi; per questo è meglio affidarsi ad un coach, psicologo, terapeuta o psichiatra.

Lo scopo della terapia è “spodestare” il cervello paleolimbico e passare il comando alla corteccia prefrontale. È un processo difficile che richiede molta pazienza, perché il cervello limbico è per definizione resistente al cambiamento.

Relazionarsi con un paleolimbico

Non tutti scelgono di seguire un percorso del genere; molti di noi possono trovarsi ad affrontare giornalmente persone in cui prevale il cervello paleolimbico. Possono essere persone problematiche come bulli, narcisi, gente senza filtri e senza pudore che a volte può dare dimostrazioni di scarsa intelligenza. Non possiamo cambiare gli altri ma possiamo imparare a controllare la situazione. Quindi, come comportarsi con queste persone?

Una persona paleolimbica può essere molto territoriale. Quindi, a differenza di quanto abbiamo visto parlando del cervello rettiliano, non dobbiamo porci come alleati ma in modo neutrale, distaccato e rispettoso. A questo fine può essere utile stabilire delle regole reciproche, soprattutto se queste persone fanno parte della nostra famiglia. La strategia delle regole ad esempio è molto utile coi figli adolescenti, nei quali l’attività del cervello paleolimbico è al massimo.

Cosa fare e cosa non fare con un paleolimbico?

Cosa non fare: mettersi al suo livello, lasciarsi destabilizzare, premiarlo, essere troppo buoni, cercare di convincerlo su chi ha ragione, fissarlo troppo negli occhi.
Cosa fare: rilassarsi, mantenere neutralità e concentrazione, fare riferimento alle regole, usare il silenzio.

Vediamo ora cosa fare in caso di dominazione/sottomissione e marginalità/assialità.

La persona dominante ci sedurrà con intensità crescente in modo da manipolarci, per poi perdere interesse nei nostri confronti o adottare atteggiamenti denigranti. Questi comportamenti sono molto diversi da quelli di una persona assertiva che ci seduce per mostrare interesse e affetto.

Cosa non fare: cercare di prevaricare la persona, lasciarsi sedurre, sottomettersi, stressarsi.
Cosa fare: rimanere neutrali e rilassati, essere diretti, usare il silenzio, fare riferimento alle regole.

Le persone sottomesse soffrono molto. Ecco come comportarsi con loro per non aggravare la situazione.

Cosa non fare: essere dominanti, drammatizzare, sdrammatizzare, cercare di convincerli che sbagliano.
Cosa fare: prendere atto dei loro sentimenti, fare riferimento alle regole, essere realisti.

Le persone assiali non hanno regole: si autoinviteranno a casa nostra, saccheggeranno il nostro frigorifero, ci parleranno dei loro fatti privati senza vergogna.

Cosa non fare: essere troppo condiscendenti, essere vaghi, parlare troppo, imitare il linguaggio del corpo dell’interlocutore.
Cosa fare: fare riferimento alle regole, rimarcare i propri valori, essere neutrali.

Le persone marginali possono soffrire di paranoia ma a differenza degli assiali sanno bene che ci sono persone che la pensano diversamente da loro. Possiamo sfruttare questa cosa a nostro vantaggio.

Cosa non fare: essere intrusivi, imporsi.
Cosa fare: essere neutrali, fare domande aperte, fare riferimento alle regole.

Ricordiamo che molti comportamenti sociali sono involontari e istintivi. Mantenere la neutralità e l’oggettività è fondamentale per stabilire dei limiti. Possiamo comunque aiutare queste persone a riflettere sui loro comportamenti o stabilire delle regole.

Infine, teniamo presente che il cervello paleolimbico non definisce la personalità della persona ma piuttosto i suoi comportamenti e il suo ruolo sociale. La personalità è definita dal cervello neolimbico.

Il cervello neolimbico

Il cervello neolimbico è un luogo affascinante, sede delle nostre più profonde motivazioni, dei nostri valori ed emozioni genuine. È qui che memorizziamo tutto ciò che abbiamo imparato nel corso della vita. Essenzialmente è la “casa” della nostra coscienza.

Ognuno di noi è un mix di ciò che siamo realmente (motivazioni primarie) e di ciò che gli altri vogliono che siamo (motivazioni secondarie o pressione sociale). Se da un lato alcune persone riescono a mantenere una forte individualità, altre faticano a distinguere le proprie motivazioni primarie da quelle secondarie, spesso perché si sono completamente dimenticati delle prime. Queste persone tipicamente non sanno cosa fare della loro vita e hanno le idee confuse, spesso a causa del condizionamento o un trauma sociale. Può capitare soprattutto quando la nostra personalità primaria è stata criticata, invalidata o ridicolizzata quando eravamo piccoli (3-6 anni). Ciò può toglierci ogni motivazione e predisporci ad un disturbo depressivo.

Questo può diventare un problema in età adulta, non appena ci rendiamo conto che non stiamo vivendo la vita che vogliamo noi ma quella che hanno deciso i nostri genitori (la cosiddetta crisi di mezza età).

In realtà è piuttosto semplice dividerle.

Le motivazioni primarie hanno queste caratteristiche:

  • sono determinate dai geni e dall’ambiente nei primi mesi di vita (quindi non possono variare)
  • danno energia invece di sottrarla
  • non sono orientate al risultato
  • rendono felici

Le motivazioni secondarie, al contrario:

  • sono determinate dalle relazioni sociali nell’infanzia e in particolare da situazioni di premio/punizione (quindi possono variare)
  • costano energia
  • sono orientate al risultato

Oltre alle motivazioni primarie e secondarie c’è anche un terzo tipo, detto iperinvestimento (neurosi/ossessioni). Tutti abbiamo delle ossessioni, nella maggior parte dei casi del tutto innocenti. Ma come distinguere un’ossessione innocente (ad esempio una passione) da una malsana?

Un’ossessione è malsana quando non ne abbiamo mai abbastanza, quando non ci soddisfa mai appieno, ci succhia le energie e ci fa soffrire. L’orientamento al risultato è ancora più forte rispetto alle motivazioni secondarie. Spesso c’è anche una costante ricerca di attenzione.

Non siamo del tutto coscienti delle nostre ossessioni e dei motivi che le hanno scatenate, perché risalgono ad episodi traumatici sepolti nella memoria. Infatti, le ossessioni derivano da episodi traumatici vissuti prima dei 17 anni, quando il cervello non è ancora del tutto sviluppato e non sa come reagire ai traumi. In genere, l’ossessione è un atteggiamento adattativo o compensatorio.
Per esempio, se un ragazzino viene pubblicamente ridicolizzato in famiglia a causa di un brutto voto, svilupperà un’ossessione al perfezionismo. Un dodicenne alla prima cotta che confessa i propri sentimenti alla compagna di classe e in tutta risposta viene rifiutato e deriso, tenderà ad avere sempre l’atteggiamento del buffone.

Parlando del cervello paleolimbico, abbiamo visto che il perfezionismo è legato alla sottomissione, ma qui è in realtà il surrogato di qualcos’altro che non riusciamo ad ottenere. Se siamo perfetti non abbiamo bisogno di fidarci degli altri. Si parla in questo caso di compensazione attiva. Le principali compensazioni attive sono il cambiamento, la novità, l’ordine, il perfezionismo, l’efficienza, la capacità, la creatività, la pulizia, l’igiene, la vincita e il controllo. (NDR. Anche la conoscenza può essere un’ossessione, data dal bisogno di sapere di più. L’autrice di questo blog si è fatta qualche domanda in merito 😀 ).

Le compensazioni passive dipendono dagli altri e includono: il voyeurismo, i complimenti sull’aspetto fisico, aiutare gli altri, ricevere approvazione e stima, l’intimità, il sesso, la compagnia e la condivisione.
Ad esempio, una persona che pur desiderando una relazione stabile passa da una storia all’altra perché si stufa potrebbe essere stata esortata, da piccola, a non esprimere amore per se stessa e per il suo aspetto, ragion per cui cerca queste cose negli altri (non potendole ottenere).

Le ossessioni possono rendere la nostra vita miserabile, a maggior ragione se viviamo sulla base delle motivazioni secondarie (da cui derivano le ossessioni) e ci siamo completamente scordati delle motivazioni primarie.

Come identificare le ossessioni, e come liberarsene?

Ci sono sempre dei percorsi bloccati che ci esortano a cercare una compensazione nelle ossessioni. Un modo per smascherarle è fare attenzione a cosa ci fa davvero arrabbiare.
Se qualcosa o qualcuno ci fa letteralmente saltare i nervi, è molto probabile che dietro una risposta emotiva tanto eccessiva ci sia il riflesso di un tentativo di compensazione fallito.

Il secondo passo è interrogarsi sull’effettiva utilità dell’ossessione. Per esempio, l’intolleranza al ritardo e ai ritardatari può irritarci molto, ma chiediamoci: è davvero così importante?

Come si definisce la personalità

Per comprendere la nostra personalità (e le nostre motivazioni primarie) dobbiamo porci queste domande:

  • mi piace vincere facile o preferisco le sfide?
  • preferisco l’azione o la riflessione?
  • preferisco la solitudine o la compagnia?
  • preferisco essere sempre il migliore o aiutare gli altri?

Logicamente è difficile dare una risposta secca (sì/no) a queste domande, ma ci sarà sicuramente una preponderanza del sì o del no, in tutti i casi. A seconda delle risposte date, si parla di introversione ed estroversione.

Introversione: vincere facile, riflessione, solitudine, aiutare gli altri.
Estroversione: sfide, azione, compagnia, essere il migliore.

Le strategie rettiliane adottate nei primi mesi di vita possono influenzare il cervello neolimbico orientandoci verso una personalità introversa o estroversa. La personalità è determinata anche dal condizionamento sociale delle persone con cui veniamo a contatto nella nostra infanzia (genitori, parenti, insegnanti, ecc.) e che, attraverso le loro azioni di premiazione o punizione, determinano le nostre motivazioni secondarie. Esempio: pulisco la mia stanza perché mi piace pulire (motivazione primaria) o perché so che poi mia madre non mi sgriderà (motivazione secondaria)?
Ciò per cui siamo puniti da bambini tenderà ad irritarci in età adulta. Ad esempio, se veniamo sgridati perché disordinati, diventeremo intolleranti al disordine.

Oltre alla classica distinzione fra introversione ed estroversione, esistono 8 tipi di personalità: filosofo, innovatore, animatore, amministratore, stratega, competitore, partecipante e supportante (le approfondiremo in un articolo a parte).

Ognuno di noi in genere ha 2/4 personalità dominanti, e ognuna di esse tende ad avere ossessioni e punti deboli specifici. Se siamo ossessionati dalla libertà (animatore) il nostro punto debole sarà l’impegno. Se siamo ossessionati dall’ordine (amministratore) il nostro punto debole sarà il disordine. Se siamo ossessionati dal vincere (competitore) il nostro punto debole sarà perdere.

Le ossessioni (così come gli eventi che le hanno scatenate) sono parte di noi e nemmeno la migliore terapia può curarle del tutto. Ciò che possiamo fare è identificarle e imparare a controllarle.

Oltre a questo dobbiamo anche imparare a gestire le ossessioni altrui. Diciamo gestire, perché le ossessioni sono comportamenti inconsci e quindi non possiamo convincere gli altri che i loro atteggiamenti sono sbagliati. Un confronto diretto potrebbe avere esiti disastrosi e provocare risentimento, sensi di colpa o rassegnazione depressiva.

Cosa fare quindi? La soluzione migliore è essere un pochettino indulgenti e dare agli altri ciò che desiderano. Vogliono un complimento? Diamoglielo. Vogliono vincere? Lasciamoli vincere. Ovviamente la situazione può andare fuori controllo, perché potrebbero facilmente tornare e pretendere sempre di più. Se i nostri amici superano i nostri limiti di sopportazione è fondamentale mettere dei paletti. Possiamo anche dialogare con loro senza doverci per forza confrontare, ad esempio dicendo che la dedizione è un fattore positivo che fa loro onore, che li apprezziamo per ciò che sono, che ci teniamo a loro, ma che a volte esagerano. Così facendo è molto probabile che con noi si regoleranno.

Corteccia prefrontale

La corteccia prefrontale è presente in diversi mammiferi, ma è molto più sviluppata nell’uomo. Quindi, questa è la parte del cervello che ci rende umani, e che ci differenzia dal resto del regno animale.
La corteccia prefrontale è un mostro di creatività e di adattamento, un supercomputer capace di gestire situazioni nuove e complesse. Ci rende sereni e calmi, ma anche curiosi, aperti e intuitivi; controlla le nostre abilità mentali e le nostre emozioni. È la quintessenza massima del genere umano.

La maggior parte delle persone si trova in una situazione di dominanza limbica, che funziona come una specie di pilota automatico. Il cervello limbico è per definizione resistente al cambiamento, preferisce affrontare soltanto situazioni conosciute (anche se noiose o scomode) e ama la routine. Ci possiamo accorgere facilmente di questo vedendo quante persone (ad eccezione degli animatori, che sono amanti del cambiamento per natura) preferiscono attenersi alla loro routine e non vogliono fare nulla di nuovo.

Questo succede perché affrontare una novità obbligherebbe il cervello limbico a passare il testimone alla corteccia prefrontale. Il cervello limbico è resistente al cambiamento e quindi si rifiuta di farlo. La corteccia prefrontale però non se ne sta zitta, e proverà a farsi valere inviando segnali al cervello rettiliano al fine di attuare una strategia di adattamento allo stress, anche se non siamo in una situazione di minaccia. È un tentativo della corteccia prefrontale di farci capire che dobbiamo lasciare a lei il comando, uscendo dalla modalità automatica (dominanza limbica) ed attuando la modalità adattativa.

Come facciamo a distinguere la modalità adattativa da quella automatica?

  • Routine vs. curiosità – la modalità automatica ama la routine e rifiuta le novità.
  • Rigidità vs. adattamento – il cervello limbico è talmente testardo che resiste a tutti i cambiamenti, anche quelli inevitabili. L’adattamento è l’accettazione incondizionata del cambiamento, non un atto di rassegnazione o sottomissione.
  • Semplicità vs. differenziabilità – il pilota automatico tipico del cervello limbico è molto bravo a semplificare il processo decisionale in situazioni note, ma va in crisi nelle situazioni complesse. La differenziabilità permette di vedere le cose in prospettiva, evidenziando i lati positivi (anche nascosti) di ogni situazione.
  • Certezza vs. relatività – il cervello limbico sviluppa un’immagine del mondo per come lo vede lui. Non ammette altre verità ed è piuttosto intollerante. La modalità adattativa della corteccia prefrontale tiene conto del fatto che ci sono molte interpretazioni possibili e che possiamo sempre sbagliarci.
  • Empirismo vs. riflessione – il pilota automatico basa le proprie conoscenze sulle esperienze passate ed è orientato al risultato. Tutto ciò che è al di fuori di questo è solo uno spreco di tempo ed energia. In modalità adattativa cerchiamo il significato del mondo, la logica.
  • Immagine sociale vs. opinione personale – il cervello limbico sa cosa dobbiamo fare o non fare in un gruppo per farci sentire accettati. Fin qui nulla di male, ma attribuisce anche un’enorme importanza a ciò che gli altri pensano, uccidendo lo spirito di iniziativa. Per lui, il gruppo è un giudice capace di ridicolizzarci. In modalità adattativa il gruppo è un insieme di individui nel quale ci è permesso avere le nostre opinioni senza vergognarci, e non è una minaccia.

Usare la corteccia prefrontale non vuol dire essere sempre convinti di avere ragione o dire sempre sì, ma valutare le situazioni in modo critico e maturo.

Esercizi per attivare la corteccia prefrontale e la modalità adattativa

La corteccia prefrontale agisce a livello inconscio, ma può essere attivata con esercizi specifici.

Esercizio del confronto

Trova il tuo tipo di personalità ed elencane 5 lati positivi e 5 lati negativi.
Ora pensa ad una persona che non hai molto in simpatia (o con cui hai problemi) e prova a indovinare quale può essere il suo tipo di personalità. Elenca 5 lati negativi e 5 lati positivi (per ultimi).
Puoi fare lo stesso esercizio usando altri riferimenti, ad esempio un oggetto, un film, ecc.

Esercizio dei punti di vista multipli

Descrivi dettagliatamente una situazione stressante che vivi spesso.
Ora domandati cosa penserebbero altre 15 persone della tua situazione. Puoi fare riferimento a gente che conosci, professioni specifiche (un medico, un poliziotto, ecc.), personaggi famosi, storici e/o fittizi, o anche alieni o animali.

Esempio: torni a casa stanco dal lavoro e i tuoi figli si stanno menando a vicenda.
Cosa penserebbe… un poliziotto? “Finché non ci sono schiamazzi io non intervengo!”
Cosa penserebbe… Muhammad Ali? “Vedo del serio potenziale qui!”
Cosa penserebbe… un hippy? “Fate l’amore, non la guerra!”

E così via. L’importante è essere creativi.

Esercizio della piramide dei bisogni e dei mezzi

Spesso abbiamo aspettative molto elevate verso noi stessi ma non ci diamo i mezzi per realizzarle. Questo è fonte di stress e di pressione psicologica. Se vogliamo uscirne abbiamo due soluzioni: o abbassiamo le aspettative o ci diamo i mezzi.

Spieghiamo questo esercizio con un esempio.

  1. Descrivi una situazione stressante (non ho soldi a fine mese)
  2. Descrivi l’aspettativa personale dietro la situazione stressante (vorrei uno stile di vita che non è affine ai miei guadagni)
  3. Fai una lista delle risorse reali a cui puoi attingere per il tuo obiettivo (il lavoro)
  4. Aumenta la lista delle risorse, includendo anche quelle più improbabili (un altro lavoro, una rendita passiva, vincere la lotteria, chiedere un aumento, ottenere una promozione, chiedere aiuto ai genitori…)
  5. Ridefinisci le aspettative (l’obiettivo è realistico? Ho bisogno davvero dei vestiti firmati e di uscire tutti i weekend? Non posso comprare cose che costano meno?)
  6. Trova un nuovo equilibrio definendo un nuovo obiettivo più realistico e i relativi mezzi (chiedere a qualcuno di custodire la carta di credito, trovare un secondo lavoro…)

Facendo regolarmente questo esercizio ci abitueremo a passare il testimone alla corteccia prefrontale; non solo definiremo obiettivi più realistici, ma capiremo che tali obiettivi spesso non sono altro che aspettative sociali interiorizzate.

Esercizio della multisensorialità

Consiste nel sovraccaricare il sistema limbico con così tanti stimoli da obbligarlo a passare il testimone alla corteccia prefrontale. È utile in situazioni di stress per rilassarsi.

Siediti, chiudi gli occhi e presta attenzione ai rumori ambientali. Comincia a concentrarti su un rumore solo, poi senza togliere l’attenzione da esso prova a concentrarti su un secondo rumore, poi su un terzo, ecc. Devi sentire tutti i rumori e allo stesso tempo essere in grado di riconoscerli tutti singolarmente. Poi mentre ascolti la sinfonia di suoni sposta l’attenzione sul tuo corpo, senti il contatto della stoffa dei vestiti sulla pelle. Percepisci i tuoi piedi sul pavimento. Prova ad aumentare il peso di appoggio su una gamba e poi sull’altra. Mentre continui ad eseguire tutte queste cose, fai anche attenzione al respiro e percepisci l’aria che entra ed esce dai polmoni. Suoni, pelle, piedi e respirazione sono un tutt’uno e nel contempo separati. Apri lentamente gli occhi continuando l’esercizio. Guardati attorno come se fosse la prima volta che vedi il posto in cui ti trovi. Immagina di essere come un alieno in visita su un altro pianeta.

Stimolare la corteccia prefrontale negli altri

Tutto quello che abbiamo visto in questo articolo, dal cervello rettiliano i poi, ha come fine indurre gli altri ad utilizzare la corteccia prefrontale. Le metodologie sono essenzialmente sempre le stesse: fare domande aperte, dare prospettiva, stimolare l’altrui curiosità e sì, anche sorprendere gli altri può portare a risultati positivi.

Ovviamente queste strategie non sempre funzioneranno, ed è meglio non insistere se non vogliamo farci odiare. Possiamo aiutare solo persone che vogliono essere aiutate.

Teniamo presente che la corteccia prefrontale continua a maturare fino a circa 24 anni. Questo è il motivo per il quale gli adolescenti si compromettono in comportamenti a rischio. Non possiamo aspettarci comportamenti maturi da bambini e adolescenti. Non sono adulti in miniatura.

In sintesi

I 4 cervelli dovrebbero lavorare assieme ma talvolta entrano in conflitto l’uno con l’altro. Il cervello dominante determina la nostra reazione in tutte le situazioni della vita.
Non è soltanto il cervello dominante (contenuto) a determinare la reazione. Conta molto anche la situazione in sé (che l’NBA definisce “contenitore”).

Ricapitoliamo quanto abbiamo imparato facendo qualche esempio.

“Sono imbottigliato nel traffico!”

  • reazione rettiliana: cerco una via d’uscita, impreco o mi lamento
  • reazione paleolimbica: suono il clacson, penso a quanto sono idioti gli altri, penso “lo sapevo che sarebbe successo proprio oggi che ho una riunione!”
  • reazione neolimbica: sono irritato perché so che arriverò tardi, temo che farò una brutta impressione perché per me la puntualità è importante
  • reazione prefrontale: non mi preoccupo perché so che a volte può succedere, avviso i miei colleghi e la prossima volta partirò prima

Vediamo ora un altro esempio riepilogativo, concentrandoci questa volta su un problema molto comune: la paura di parlare in pubblico.
Trattandosi di una fobia, è in grado di attivare il cervello rettiliano provocando sintomi come agitazione, sudorazione e vuoto mentale. Abbiamo visto infatti che la risposta allo stress non è limitata solo a situazioni di minaccia per la sopravvivenza, ma anche in caso di pericolo percepito.

Perché molte persone hanno questa paura? Le ragioni sono varie, e ognuna di esse è direttamente compatibile con il contenuto dominante in quel momento. Vediamole di seguito.

  1. Ho già fatto presentazioni ed è sempre andata male (prevalenza neolimbica). Soluzione: provo a migliorare le mie abilità.
  2. Ho già fatto presentazioni, sono andate bene ma sono convinto che avrei potuto fare di meglio (prevalenza neolimbica con ossessione per il perfezionismo). Soluzione: trovo la causa della mia ossessione e la supero.
  3. Non faccio presentazioni perché non sopporto essere al centro dell’attenzione (prevalenza neolimbica con intolleranza all’attenzione). Soluzione: mi abituo gradualmente all’attenzione, attivo la corteccia prefrontale.
  4. Ho già fatto presentazioni, sono andate bene ma non mi trovo a mio agio nel ruolo di leader (prevalenza paleolimbica con atteggiamento sottomesso). Soluzione: attivo la corteccia prefrontale prima della presentazione.
  5. Non faccio presentazioni perché da bambino sono stato ridicolizzato mentre raccontavo una storia alla classe, e la sola idea di ripetere l’esperienza mi fa arrabbiare (prevalenza neolimbica). Soluzione: trovo la causa della mia ossessione e la supero.

Da quanto abbiamo visto dovremmo essere in grado di identificare quale parte del nostro cervello ci sta comandando in questo momento, e abbiamo qualche strategia per attivare la corteccia prefrontale, che ci aiuterà a diventare la versione migliore di noi stessi.

Informazioni tratte dal videocorso “Master your brain: Neuroscience for personal development” di Gregory Caremans.