Tiroide e glutine

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Spesso si sente parlare della correlazione fra il glutine e le malattie autoimmuni della tiroide.
La tiroidite di Hashimoto (TdH) è la malattia tiroidea e autoimmune più diffusa; costituisce circa il 90% di tutti i pazienti con un disturbo tiroideo. Questa malattia conduce, nel tempo, ad ipotiroidismo, per la presenza degli anticorpi antiperossidasi e/o antitireoglobulina, che hanno effetto distruttivo sulle cellule tirodee. Questi anticorpi sono positivi anche in parte dei pazienti con morbo di Basedow (rispettivamente, nel 60% e 30%), cancro alla tiroide e altre malattie autoimmuni.

Dal momento che in medicina ufficiale non esiste un modo per eliminare gli anticorpi all’origine della tiroidite di Hashimoto e del morbo di Basedow, si tende a trattare questi disturbi solo dal punto di vista sintomatico, con farmaci in grado di ridurre gli ormoni tiroidei (per l’ipertiroidismo) e ormoni tiroidei sintetici compensativi (per l’ipotiroidismo). A volte, gli anticorpi non vengono nemmeno testati.

Talvolta, quando la salute intestinale è compromessa, il sistema immunitario riconosce degli antigeni (nemici) nel cibo che consumiamo abitualmente. Questo tiene il sistema immunitario costantemente impegnato, finché inizia ad avere comportamenti erratici e ad attaccare gli organi sani come la tiroide.

Uno degli esempi più comuni è dato dal glutine, più precisamente la gliadina, una proteina presente nei chicchi di frumento, nella segale, nell’orzo, nell’avena, nella spelta, nel kamut, nel riso, nel triticale e altri cereali. È molto difficile da digerire ma la maggior parte dei suoi effetti si accusa al di fuori del tratto digestivo. Glutine e cereali sono infatti alimenti acidificanti.

Il glutine è la proteina maggiormente presente nel grano. Il grano che noi tutti consumiamo oggi è stato modificato geneticamente negli anni ’70 irradiandolo con raggi gamma in modo da renderlo più produttivo. Di seguito è stato incrociato con altre varietà in modo da ottenere una pasta più elastica e facilitare la preparazione di prodotti lievitati. Il grano oggi ha un contenuto di glutine pari al 50% ed è completamente diverso da quello che consumavano i nostri avi. Il glutine, se impastato con farine, forma una specie di colla che va poi a depositarsi nell’intestino, rendendo difficoltoso l’assorbimento dei nutrienti del cibo e provocando la progressiva distruzione dei villi.
Il glutine innesca un circolo vizioso: arrivando nell’intestino, ne favorisce la permeabilità e penetra facilmente nel circolo sanguigno, dove viene preso di mira dal sistema immunitario. Le statistiche affermano che chi ha una malattia autoimmune ha fino al 30% di possibilità in più, rispetto ad un soggetto sano, di avere un’intolleranza al glutine.

Alcune persone sono geneticamente predisposte all’intolleranza al glutine e sono quindi a rischio di diventare celiache. Si stima che solo una persona su otto sia consapevole di essere celiaca, perché spesso i sintomi sono silenti. L’intolleranza al glutine non è solo un problema intestinale ma può avere altri sintomi fra cui infiammazione delle articolazioni, della pelle, del tratto respiratorio e anche del cervello. Se si è geneticamente predisposti, una volta che i geni sono stati attivati, il glutine deve essere evitato a vita.

L’intolleranza al glutine e la TdH si verificano più comunemente nelle persone con alcuni geni del tipo HLA DQ, come il gene DQ2 (più comune fra persone che discendono dal nord Europa) e il gene DQ8 (più frequente nelle persone europee e mediterranee). I geni maggiormente associati all’intolleranza al glutine sono DQ1 e DQ3.

Alcune persone producono anticorpi contro il glutine pur non avendo i geni HLA DQ. Succede ad esempio se l’intestino è permeabile; in questi casi, di solito, si può tornare a mangiare glutine quando si ristabilisce la salute intestinale.

La celiachia viene diagnosticata considerando la positività agli anticorpi:

  • antigliadina, una proteina del glutine
  • antitransglutaminasi, un enzima intestinale
  • antiendomisio, una guaina muscolare

I test diagnostici per la sensibilità al glutine non sempre sono affidabili, perché possono dare come esito dei falsi negativi. È consigliato fare il test di reattività al glutine, e non quello di sensibilità.

Lo stesso vale per la biopsia. Se da un lato l’esito positivo è conclusivo a fini diagnostici, una biopsia negativa non esclude il problema, perché può essere un falso negativo.

Se il test risulta positivo, il glutine va del tutto evitato, perché può fare male anche in piccole quantità. Va posta attenzione anche alla contaminazione nei ristoranti, cibi impacchettati, ecc.
Comunque, anche in assenza di sintomi o se il test dà esito negativo, gli individui con una comprovata condizione autoimmune dovrebbero per precauzione evitare gli alimenti contenenti glutine. La soluzione migliore è provare per due settimane una dieta ad eliminazione e reintroduzione facendo attenzione ai sintomi. Se almeno una parte di questi sparisce o migliora, potresti essere intollerante al glutine.

Diversi studi hanno evidenziato che la struttura molecolare del glutine è molto simile a quella delle proteine della tiroide. In alcuni individui geneticamente predisposti il sistema immunitario prende di mira il glutine per eliminarlo, ma non riesce a distinguere il glutine dalle proteine della tiroide. Questo fenomeno è anche detto mimica molecolare. A volte, un attacco autoimmune di questo tipo può durare fino a sei mesi dall’ingestione del glutine. Il sistema immunitario può prendere di mira il glutine anche quando il numero di anticorpi è molto basso.

Una persona inconsapevolmente celiaca o intollerante che consuma regolarmente glutine pone le basi per la TdH, perché gli anticorpi attaccano e distruggono anche la tiroide.
Chi è celiaco o intollerante al glutine dovrebbe fare i test della tiroide, e anche chi ha problemi di tiroide dovrebbe fare gli esami per l’intolleranza al glutine.

Sebbene non ci siano evidenze scientifiche che confermino al 100% che chi ha la TdH (o altro problema tiroideo) dovrebbe eliminare il glutine, è comunque consigliato eliminarlo per un certo periodo di tempo perché può potenzialmente aggravare l’autoimmunità.
Dopo aver ristabilito l’equilibrio della tiroide con la terapia medica si può provare a reintrodurlo e a consumarlo moderatamente, ammesso che non provochi la ricomparsa o il peggioramento dei sintomi. In questo caso è meglio eliminarlo del tutto.

Generalmente occorre fino ad un anno e mezzo di dieta agglutinata per eliminare i sintomi, ma alcuni notano i primi risultati già dopo 30 giorni. Talvolta, rimuovere il glutine può anche ridurre o azzerare gli anticorpi all’origine della patologia. Altre volte, una dieta agglutinata può causare un aumento temporaneo degli anticorpi poiché il sistema immunitario può essere estremamente influenzato dal cambio di alimentazione.
La dieta agglutinata può risolvere anche il problema delle palpitazioni.

Per maggiori informazioni sull’intolleranza al glutine puoi visitare i siti Associazione Italiana Celiachia e Meglio Senza Glutine.

Fonti:

  • Why Do I Still Have Thyroid Symptoms When My Lab Tests Are Normal? di Datis Kharrazian
  • Dr. Hedberg